Valerio

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La tranquilla serenità nel sentire, accarezzando la roccia, un appiglio sicuro che ti permette di procedere velocemente verso il cielo…

alpinista-cane-huskyFarsi spingere dal vento in una planata: il fruscio dell’aria sostituisce il rumore dell’acqua sulla carena e la vela – ormai una grande ala – ti trattiene in volo prima di finire in un tripudio di spruzzi…

Ululati ininterrotti, strappi ai finimenti, un’eccitazione che ti emoziona. Al “go” un silenzio istantaneo, l’ansimare dei cani ormai liberi di sprigionare le loro energie con la slitta che corre veloce verso gli alberi…

Risalire i pendii innevati per poi disegnare curve veloci…

Spicchi di vita alla ricerca della sensazione di libertà.

Nel 1996 l’approdo alla corsa, che si conquista prepotentemente il proprio spazio. Maratone di susseguono a maratone, ma presto – ed è il 2000 – ci si trova al nastro di partenza della prima sky-marathon: siamo al Trofeo 4 luglio, che sancisce l’inizio dell’indissolubile amore per la corsa in montagna.

Madre di tutte le corse, essa rappresenta la più profonda sensazione di appartenenza alla natura. La corsa lungo i crinali ti fa sentire come una creatura dell’aria, alla quale, solo per caso, è impedito temporaneamente di volare. Durante le salite ti ritrovi ad invidiare – ammirandoli – i camosci che con la potenza delle zampe posteriori annullano tutte le pendenze. Così eccoti a calpestare sentieri verdi o gialli per le prime gelate, arsi o inzuppati d’acqua, con la luce o con il buio, con il vento che fa ondeggiare i pascoli…

Ormai non c’è più condizione che possa arrestare questo rapporto. Le maratone diventano ecomaratone, le corse in montagna ultra-trail. Solo con la neve le scarpe lasciano il posto agli sci, larghi o stretti che siano. Quelli larghi per salire e scendere le forcelle e i canali di cui sono piene le Dolomiti. Quelli stretti per le salite dolci o per lunghe galoppate, 35 o 40 km, sempre fuori pista, nel regno di Fanes e Conturines.

Alla fine del 2006 la difficoltà di procedere sulla neve era ormai evidente. Era il preludio di un blocco renale, con una definitiva insufficienza cronica grave. Le disposizioni non lasciavano scampo: il rapporto con la corsa doveva cessare. Dopo un mese di ospedale tornai all’imbocco del sentiero che facevo abitualmente: l’aria fredda sul viso agì come una sferzata e mi ritrovai nuovamente a camminare, anche se come un animale ferito. La montagna però mi stava preparando una grande sorpresa: la sua frequentazione sarebbe diventata la migliore cura, contro ogni logica medica. Proprio per questa ragione oggi sono impegnato ad organizzare il nuovo progetto: tremila km di terapia!

P.S. dimenticavo, ho 63 anni…

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